L’album musicale Euclide è composto da dieci brani che si possono ascoltare su Suno ed io li ho ascoltati. Uno ad uno ripercorrono le ipotetiche tappe della vita e del lavoro di Euclide, dall’Accademia alla Biblioteca di Alessandria, dal conflitto sui postulati alla consegna finale. Ogni traccia aggiunge un tassello a questo itinerario.
https://suno.com/playlist/2e62c89e-3a1f-4a3f-816b-fc5e7fbf0e65

Se hai meno di quattordici anni stai attento perché il seguito dell’ articolo contiene uno spoiler.
Bene, se hai continuato a leggere vuol dire che sai che Euclide è morto da più di duemila anni, per cui non rovino il finale raccontando le mie impressioni sul pezzo di chiusura intitolato Requiem.
Un requiem è una composizione dedicata ai defunti. La particolarità che mi ha colpito è che in questo album il requiem viene recitato da Euclide stesso che si trova a fine vita a fare un bilancio del suo lavoro presso la biblioteca di Alessandria. Euclide si congeda affidando il suo lavoro alle future generazioni usando una metafora tipica di un maestro, quella della semina:
“Seminato come un seme,
nascerà su un nuovo suolo.”
Qui si avverte con chiarezza la volontà che il suo lavoro possa servire.
Non chiede di essere venerato, ma utilizzato. Intravede una continuità, una base su cui costruire.
Un secondo passaggio apre uno scenario ancora più ampio:
“E con calcolo essenziale,
senza usar riga e compasso,
parlerà degli infiniti,
senza più sembrare pazzo.”
In questi versi Euclide sembra intuire il futuro.
Immagina strumenti diversi, strumenti che andranno oltre la riga e il compasso. Chi guarda troppo oltre come Euclide, appare spesso incomprensibile; solo più tardi la sua visione potrà trovare parole adeguate.
Nel finale ho a stento trattenuto le lacrime:
“Qui si spegne ad Alessandria il mio fuoco della vita,
e saranno ora le muse a decidere se è servita.
Lasceranno un epitaffio,
un’epigrafe la mia:
nella terra giace Euclide,
che studiò la geometria.”
“Geometria”, in greco γεωμετρία, significa letteralmente “misura della terra” (gē, terra; metron, misura).
Euclide giace nella terra che ha misurato. Riposa dentro ciò che ha studiato.
Dopo l’ascolto di Requiem viene voglia di riascoltare l’intero album: le tracce suonano diverse, illuminate dal viaggio appena compiuto.
C’è qualcosa di profondamente umano in questa consegna silenziosa al futuro.
Chi parlerà degli infiniti quando la voce che li ha intravisti si spegne?
Euclide, da figura distante, diventa presenza viva.
E nasce il desiderio di cercarlo ancora, di chiedersi chi fosse davvero l’uomo che ha ispirato quest’opera.
