Dino Marsan, dal segno all’ignoto
Cinquant’anni di immagini, esperimenti e ostinata curiosità: dai primi fumetti alle copertine di fantascienza, dagli Amiga al 3D, fino alle sperimentazioni più recenti con l’intelligenza artificiale.
Ho incontrato Dino Marsan a Ferrara un anno fa, in occasione della mostra Ferrara Metaorganica: la città immaginaria. Quando arrivai, la mostra era già stata smontata e le opere erano quasi tutte imballate. Dino, però, riaprì quei pacchi per permettermi di vedere i suoi lavori.
È stato un gesto semplice, ma non scontato. Forse Dino Marsan si può cominciare a conoscere proprio da qui: dalla cura con cui tratta ciò che crea, ma anche dal piacere di mostrarlo, raccontarlo e condividerlo.
A distanza di un anno sono tornata a cercarlo, questa volta per Fuori dal libro, la nuova rubrica di Edizioni Tradizionali. Un artista così non si dimentica facilmente e, quando si presenta l’occasione di tornare a parlare con lui e del suo lavoro, è difficile lasciarsela sfuggire. Per questo ho voluto che Dino fosse tra i primi protagonisti della rubrica.
Le domande sono nate dalla curiosità di capire meglio il suo percorso. Una dopo l’altra, hanno dato forma a questa intervista.
Il ragazzo sul treno
A 17 anni si interessava a fotografia e fumetti; poco dopo prendeva il treno per Milano cercando di entrare in quel mondo. Si ricorda uno di quei viaggi? Che ragazzo era quello che saliva sul treno?
Da autodidatta DOC e dal DNA puramente creativo, anche se ancora non consapevole, mi sono appassionato a tutto ciò che attraverso l'immagine o il disegno potesse aiutarmi ad esternare la mia natura. I primi disegni e le varie vignette caricaturali sono nati, come spesso succede, sui banchi di scuola, dove mi divertivo a ironizzare sulla pelle dei professori. Poi la voglia di andare oltre per riuscire a coronare il sogno di ogni disegnatore mi ha spinto ad azzardare, anche se con la naturale ingenuità degli anni. Nella cantina, che avevo trasformato in studio grafico, ho lavorato assiduamente per preparare un piccolo portfolio di fumetti su temi diversi: western, guerra e fantascienza. Non ero ancora maggiorenne e, nonostante il mio carattere chiuso da una timidezza incontrollata, una volta raccolto il materiale che ritenevo giusto, ho preso il coraggio a due mani e un bel mattino ho preso il treno alla stazione di Ferrara, che mi pare partisse intorno alle cinque per giungere a Milano intorno alle 9. Il primo di quei viaggi mi vedeva molto carico e ricco di speranze. La voglia d'arrivare era talmente tanta che le 4 ore trascorsero in un baleno. Ovviamente, sprovveduto e ignaro delle procedure, mi presentai senza alcun appuntamento presso una casa editrice che scelsi come prima tappa della mia avventura. Alla persona che mi accolse ebbi l'impressione di fare molta tenerezza, al punto tale che non ebbe il coraggio di sbattermi fuori, ma si prodigò per farmi comunque incontrare con uno della redazione. Quel redattore fu molto cordiale, paziente e delicato nel farmi capire che non ero ancora pronto per una collaborazione e che avrei dovuto migliorare la mia tecnica per poter ambire a quel lavoro che tanto mi appassionava. Così, un po' amareggiato ma non deluso, durante il viaggio di ritorno iniziai già a pensare alla strategia da adottare per fare il salto di qualità.
«Il primo di quei viaggi mi vedeva molto carico e ricco di speranze.»
Quando un disegno diventa un mestiere
Poi sono arrivate le copertine per Editrice Nord, Fanucci, Armenia e anche per editori stranieri. Si ricorda la prima volta che vide una sua immagine su un libro vero?
Sinceramente la mia memoria non riesce a dare una risposta a questo quesito, ma posso affermare che fu Gianfranco Viviani, l'allora direttore della Casa Editrice Nord di Milano, a darmi fiducia e a pubblicare alcune mie illustrazioni come copertine di libri del genere fantascienza.
Dal disegno al digitale
Ha raccontato con affetto le «interminabili ore» davanti agli Amiga 2000, 3000 e 4000. Che cosa cercava di fare che quel computer sembrava non volerle far fare?
A quell'epoca stavo intraprendendo un nuovo percorso che, dall'utilizzo delle tecniche tradizionali del disegno e della grafica, mi spingeva con grande curiosità verso il mondo digitale. Tutto era completamente nuovo per me e quindi complicato perché dovevo rivoluzionare tutto il meccanismo mentale per potermi sintonizzare sul nuovo metodo di gestire la grafica. Nascevano così i primi esperimenti per riuscire a caricare sul computer i disegni realizzati a matita o le fotografie per ritoccarle o rielaborarle digitalmente. Ma, a darmi del filo da torcere, fu l'impatto con i primi programmi dedicati alla modellazione 3D. Quest'ultima tecnica sentivo che mi avrebbe aperto nuove strade anche a livello professionale, perciò iniziai a dedicarvi molte ore di studio. Tutto quell'impegno si trasformò in un'inaspettata opportunità: quella di entrare a far parte di uno studio di post-produzione e produzione video.
Nel 1993 arrivò secondo alla Pixel Art Expo con un'immagine 3D; l'anno successivo vinse con un'animazione. Tra quelle due date, che cosa aveva imparato?
In entrambi i casi si trattava di elaborazioni 3D. Mentre il lavoro presentato nel 1993 era solamente un'immagine fissa, il progetto con cui ho partecipato nel 1994 era stato un lavoro più complesso perché mi ero occupato anche del montaggio video, che era nato dall'utilizzo dei vari spezzoni animati, sempre in 3D, caricati e gestiti con un programma di editing video. Il risultato finale si presentava come un video completo, comprensivo anche di commento sonoro.
Non scegliere una sola strada
Funnytime, Maialik, droni, fotografia, teatro, fumetto 3D: nella sua carriera non sono mancate idee piuttosto insolite. Qual è quella per cui le hanno detto più volte: «Dino, lascia perdere»?
In effetti, come ho avuto occasione di ribadire più volte, non ho mai scelto di dedicarmi a una sola disciplina dell'immagine perché ho sentito naturalmente il bisogno di spaziare a 360 gradi nella sfera creativa. Nessuno mi ha mai suggerito di lasciar perdere, ma sono stato io che, analizzando obiettivamente i vari risultati, ho deciso di abbandonare il filone che mi è sembrato più impervio, cioè quello del fumetto 3D con cui era stato realizzato «Maialik».
Cinquant’anni senza tregua
Nel 2021 ha raccolto cinquant'anni di esperienze creative nelle 520 pagine de L'Ideografo. C'è qualcosa che, mettendo insieme quel libro, ha scoperto sulla propria vita e che prima non aveva mai visto?
Certamente sì! Mi sono reso conto che il mio innato spirito creativo non mi ha mai dato tregua. Questo istinto, che è insito nel mio DNA, mi ha accompagnato e ancora mi accompagna perché è un elemento indispensabile per il mio essere, come lo è l'aria per il sistema vitale.
«Mi sono reso conto che il mio innato spirito creativo non mi ha mai dato tregua.»
Il nuovo ignoto
Con Ghost Book è tornato ancora una volta a sperimentare, questa volta anche con l'intelligenza artificiale. Dopo cinquant'anni di mestiere, che effetto fa ritrovarsi di nuovo davanti a qualcosa che non si sa ancora bene dove porterà?
Mi creda, non mi sono posto questo problema nel momento in cui ho deciso di tuffarmi in questo nuovo mondo sperimentale e incognito. Ritengo che sia proprio l'interrogativo misterioso che avvolge questa impressionante tecnologia digitale e virtuale a renderla così affascinante e terrificante al tempo stesso. Tutto ciò che è nuovo crea sempre opinioni e approcci diversi da parte dell'opinione pubblica, ma il progresso tecnologico non ha nessuna intenzione d'arrestarsi ed è la storia stessa che lo insegna. Coloro che sono contro ora, nel tempo saranno costretti ad accettare la nuova realtà. La cosa importante è che non sia un accettare passivo, ma costruttivo.
«Ritengo che sia proprio l'interrogativo misterioso che avvolge questa impressionante tecnologia digitale e virtuale a renderla così affascinante e terrificante al tempo stesso.»
Sognatore, alieno, Dino Marsan
In passato si è definito «testardo», «sognatore» e perfino «alieno». Quale di questi tre le è costato di più?
Decisamente l'essere un «sognatore». La vita reale vissuta a contatto con quelli che dovrebbero essere i tuoi simili, il più delle volte ti forgia al punto tale da sentire un'irrefrenabile repulsione per tutto quanto ti circonda. Ed ecco che, come scudo difensivo per contrastare tutte le avversità, da vero spirito «alieno» mi sono costruito il mio «Fantamondo».
In mezzo secolo ha cambiato continuamente strumenti. C'è invece qualcosa che fa ancora esattamente come il Dino Marsan ragazzo?
Sì! Ed è quella di essere ciò che sono sempre stato: nel bene e nel male, «Dino Marsan».
Se oggi un ragazzo le dicesse: «Vorrei creare qualcosa, ma non sono abbastanza bravo», non le chiederei un consiglio. Quale episodio della sua vita gli racconterebbe?
Non ho un particolare evento da raccontare perché ogni episodio vissuto è scaturito dalla determinazione nel seguire il mio istinto e nel credere in ciò che stavo facendo. Dopo esser maturato come persona, ho superato il fenomeno della rivalità perché, acquisendo saggezza e sana umiltà, sono giunto alla conclusione che, per quanto tu corra per raggiungere per primo il traguardo, ci sarà sempre chi andrà più veloce di te. La cosa importante è riuscire a delineare una propria personalità creativa che dia un senso logico a tutto ciò che proporrai. Di bravi è saturo il mondo, ma di «particolari» se ne contano ancora pochi.
«Di bravi è saturo il mondo, ma di “particolari” se ne contano ancora pochi.»
Cinquant’anni dopo, Dino Marsan continua a fare ciò che faceva quel ragazzo che prendeva il treno per Milano: cercare qualcosa che ancora non conosce. Sono cambiati gli strumenti, non la curiosità. E forse è proprio questo il filo che tiene insieme tutto il suo percorso.
Dino Marsan
Dino Marsan è illustratore, creativo e sperimentatore. Nel corso della sua attività si è occupato di fumetto, illustrazione editoriale, grafica, modellazione e animazione 3D, fotografia, video e teatro. Nel 2021 ha raccolto il proprio percorso nelle 520 pagine de L'Ideografo. Oggi prosegue la sua ricerca visiva anche attraverso Ghost Book, progetto nel quale esplora le possibilità offerte dall’intelligenza artificiale.
Le immagini e le opere riprodotte in questo articolo sono pubblicate per gentile concessione di Dino Marsan.
Intervista a cura di Annalisa Pazzi — Edizioni Tradizionali
Fuori dal libro
