Alessandro Agnoli, Anime Cult e il mestiere dell’editore
Che cosa succede quando una cultura di nicchia diventa cultura di massa? E che cosa resta del mestiere dell’editore in un mondo nel quale chiunque può pubblicare? Ne abbiamo parlato con Alessandro Agnoli, direttore di Anime Cult.
Per molti italiani cresciuti tra gli anni Ottanta e Novanta, anime e manga hanno avuto una storia particolare.
Prima sono arrivati nelle case, nelle televisioni e nelle edicole. Poi sono diventati oggetto di discussioni, diffidenze e polemiche. Oggi fanno parte con naturalezza dell’immaginario di generazioni molto diverse.
Ma parlare con Alessandro Agnoli ci ha costretto subito a rivedere una convinzione.
Forse quella degli anime e dei manga non era davvero una piccola nicchia diventata improvvisamente enorme. Forse era già molto più grande di quanto la rappresentazione dell’epoca lasciasse immaginare.
Da editori, però, ci interessava anche un’altra cosa. Dietro una rivista come Anime Cult ci sono scelte: persone, argomenti, periodicità, tecnologie, diritti, linguaggi. E c’è qualcuno che deve tenere insieme tutto questo.
È da qui che siamo partiti per parlare con Alessandro Agnoli di Anime Cult, intelligenza artificiale e, soprattutto, del mestiere dell’editore.
Erano davvero una nicchia?
Anime Cult racconta un mondo che in Italia è cambiato radicalmente: anime e manga sono passati dall’essere una passione relativamente di nicchia a un fenomeno culturale e commerciale molto più ampio. Lei stesso ha raccontato il lettore degli anni Novanta quasi come un “appestato”, rispetto alla situazione di oggi. Che cosa si guadagna e che cosa si rischia quando una cultura di nicchia diventa cultura di massa? E Anime Cult è cambiata insieme ai suoi lettori?
Su questo mi faccia dire una cosa che forse non ho mai detto: in realtà il fatto che in quegli anni (diciamo dalla fine degli Ottanta a tutti gli anni Novanta) la stampa e i media in generale trattassero gli “otaku” come degli appestati, non significa che fossero pochi.
I fan avevano in generale la sensazione di essere isolati, soli, che fossero in pochi a condividere quella passione per anime e manga. Ma in realtà i dati non raccontano esattamente questo: basti pensare che la prima edizione di Dragon Ball in edicola vendeva 100.000 copie a uscita, cifre che facevano gola anche alla Bonelli.
Credo che, in generale, si trattasse più che altro di una narrazione dei media che voleva creare un caso attorno a quegli strani cartoni animati e fumetti, forse ad una prima occhiata “occidentale” poco comprensibili.
Ora è una verità che sono entrati nella cultura di massa (basti pensare all’esplosione durante il periodo del Covid): sarà perché sono un ottimista in generale, ma non riesco a trovare controindicazioni specifiche in questa massificazione.
L’unica, forse, è che negli anni Novanta gli appassionati, oltre che attaccati, si sentivano all’interno di una bolla, di una community in qualche modo esclusiva… ecco, ora certamente non è più così, visto che tutti i ragazzini leggono i manga o guardano gli anime su Netflix.
Venendo invece alla nostra rivista, Anime Cult, certo, si è trasformata nel corso dei numeri, anche grazie ai commenti e alle critiche ricevute dai lettori, ma questo è un processo normale per qualsiasi rivista di settore, direi.
«I fan avevano in generale la sensazione di essere isolati, soli, che fossero in pochi a condividere quella passione per anime e manga. Ma in realtà i dati non raccontano esattamente questo.»
Una rivista è una squadra
Nei suoi editoriali ricorrono spesso i nomi delle persone che lavorano con lei: giornalisti, collaboratori ed esperti ai quali attribuisce competenze e parti precise dei diversi progetti. Quanto conta la squadra nella costruzione dell’identità di Anime Cult? E come sceglie le persone alle quali affidare un argomento o un nuovo progetto editoriale?
La squadra è fondamentale, non solo in un giornale, ma sempre quando si fa un’impresa.
Vado particolarmente fiero del team di giornalisti ed esperti che abbiamo messo assieme con Anime Cult, perché è una rete di persone di grande valore e che regala generosamente competenze ai lettori.
Sicuramente ognuno di loro è giusto per parlare di alcuni argomenti e non per altri, quindi le attribuzioni dei pezzi da scrivere vengono un po’ da sé.
«La squadra è fondamentale, non solo in un giornale, ma sempre quando si fa un’impresa.»
Scegliere di rallentare
Avete recentemente scelto di rendere Anime Cult trimestrale per dedicare più tempo alla ricerca e alla cura dei contenuti. In un mondo editoriale e digitale che sembra premiare velocità e quantità, perché avete scelto invece di rallentare?
Sicuramente c’era la necessità di rallentare per curare maggiormente il prodotto, ma c’è anche un fattore, che sapevo benissimo nel momento stesso in cui ho fondato Anime Cult.
Le riviste che trattano di temi legati al passato, con il tempo tendono ad esaurire argomenti e slancio.
Nel nostro caso, stiamo parlando di una rivista che parla di anime e manga usciti in poco più di tre decenni: un tempo veramente corto, se ci si pensa.
Quindi è inevitabile che, per non ripetere continuamente argomenti già trattati, si rallenti un pochino la periodicità d’uscita.
Dall’animazione digitale all’intelligenza artificiale
Allo stesso tempo, l’intelligenza artificiale sta entrando nella scrittura, nell’immagine, nell’animazione, nella traduzione e nel doppiaggio. Dal vostro osservatorio privilegiato sul mondo degli anime e dei manga, dove vede i cambiamenti più significativi? E pensa che l’IA possa modificare non soltanto il modo in cui queste opere vengono prodotte, ma anche il loro linguaggio?
Una grande rivoluzione nel mondo degli anime (cosa che io personalmente non ho ancora superato!) è stato il passaggio dall’animazione in cel motion a quella digitale: non so Lei, ma io faccio ancora molta fatica a vedere un cartone animato digitale, seppur di buona fattura!
Fatta questa premessa, può immaginare cosa ne pensi dell’IA!
Scherzi a parte, credo che possa essere uno strumento potente, come lo sono state molte altre innovazioni del passato, ma non dobbiamo mai fare in modo che sostituisca la genuinità del pensiero umano.
Su quello che sarà il futuro attorno all’IA non saprei proprio che scenari prevedere.
«Credo che possa essere uno strumento potente, come lo sono state molte altre innovazioni del passato, ma non dobbiamo mai fare in modo che sostituisca la genuinità del pensiero umano.»
Quando il limite diventa linguaggio
In un suo editoriale sugli spokon racconta come alcuni limiti tecnici ed economici dell’animazione giapponese siano stati trasformati in linguaggio: campi infiniti, palloni deformati, tempi dilatati. Se tecnologie come l’intelligenza artificiale tendono progressivamente a eliminare molti limiti tecnici ed economici, rischiamo di perdere anche qualcosa di quella capacità di trasformare il limite in invenzione?
Certamente, è assolutamente così.
Ma soprattutto rischiamo un appiattimento generale delle proposte e dei contenuti, cosa che sta già accadendo, se ci facciamo caso: sempre più spesso leggiamo pezzi di giornale che sembrano scritti dalla stessa penna.
L’IA appanna e standardizza tutto.
In quell’esperienza giapponese, invece, ho sempre trovato affascinante come un limite economico fosse diventato un’opportunità di comunicazione e avesse contribuito a creare un linguaggio… cosa che certamente oggi non sarebbe più possibile.
«Ho sempre trovato affascinante come un limite economico fosse diventato un’opportunità di comunicazione e avesse contribuito a creare un linguaggio.»
Che cosa aggiunge un editore?
Nei suoi editoriali emerge spesso l’idea che il lavoro dell’editore non coincida semplicemente con la realizzazione di un prodotto: ci sono la scelta delle persone, degli argomenti, dei diritti, dei progetti e perfino del momento in cui farli nascere. Le faccio allora una domanda volutamente essenziale: qual è, secondo lei, il valore specifico dell’editore rispetto all’opera che pubblica? Che cosa aggiunge un editore a un libro, a una rivista o a un progetto culturale che quell’opera, da sola, non avrebbe? In altre parole: quando un editore ha fatto bene il proprio lavoro, dove lo si vede?
Domanda difficilissima!
Aggiungo un altro pezzo alla sua premessa: siamo in un mondo in cui ciascuno può essere editore di se stesso.
Con i social, soprattutto, ma in mille altre forme, pensiamo ad esempio al successo di Selvaggia Lucarelli con la sua newsletter su Substack.
In questo mondo sempre più accessibile l’editore è a mio parere colui che ha la visione d’insieme, e come un bravo direttore d’orchestra crea dei prodotti che siano l’espressione di un team coordinato.
Quindi il contrario, se vogliamo, del personalismo e dell’individualità dei social media.
E poi teniamo conto che attorno a un’impresa editoriale ruotano anche persone strategiche che non sono immediatamente percepibili, perché stanno “dietro” al prodotto, ma che contribuiscono altrettanto a farlo funzionare: penso ad esempio ad un buon marketing, oggi più che mai essenziale.
«L’editore è a mio parere colui che ha la visione d’insieme, e come un bravo direttore d’orchestra crea dei prodotti che siano l’espressione di un team coordinato.»
Alla fine della conversazione, siamo tornati quasi senza accorgercene al punto da cui eravamo partiti.
Una rivista non è soltanto ciò che vediamo quando la prendiamo in mano. Dietro ci sono persone, competenze, scelte, tempi, rinunce e perfino limiti che possono trasformarsi in linguaggio.
E forse proprio in un momento nel quale pubblicare è diventato tecnicamente più facile, diventa più interessante chiedersi che cosa significhi davvero essere un editore.
La risposta di Agnoli non riguarda tanto la possibilità di produrre un contenuto, quanto la capacità di costruirgli attorno qualcosa che da solo non avrebbe: una squadra e una visione d’insieme.
È un’immagine semplice, quella del direttore d’orchestra. Ma racconta bene un mestiere nel quale, quando il lavoro riesce, molte delle persone che lo hanno reso possibile rimangono dietro le quinte.
Alessandro Agnoli
Alessandro Agnoli è editore e direttore di Anime Cult. La rivista, pubblicata da Sprea Editori, è dedicata alla storia e alla cultura degli anime e dei manga, con particolare attenzione alle opere, agli autori e ai protagonisti che hanno contribuito alla diffusione dell’animazione e del fumetto giapponese in Italia.
La sua attività editoriale comprende inoltre progetti dedicati al fumetto e al manga e la direzione editoriale di Sprea Manga.
Le eventuali immagini e i materiali relativi ad Anime Cult riprodotti in questo articolo sono pubblicati per gentile concessione degli autori.
Intervista a cura di Annalisa Pazzi — Edizioni Tradizionali
Fuori dal libro
